E’
un monologo che ha per protagonista un'anziana donna siciliana,
che vive in una condizione di profonda solitudine, ossessionata
dai messaggi dei mezzi di comunicazione. Il suo unico nipote si è
trasferito a Roma e sta tentando di intraprendere una carriera
artistica. Lei non ha ben chiaro in che cosa consista e continua a
fantasticare, ad insistere sulle grandi doti professionali e umane
del ragazzo. I fraintendimenti e gli equivoci si susseguono e si
intrecciano (il nipote è un travestito) creando un inevitabile
tessuto di comicità involontaria. Ma tutto questo agitarsi e
"girare a vuoto" nasconde un dramma che la Signora
vorrebbe celare a se stessa. Questo periodo della sua esistenza
che lei, forse volutamente, forse inconsapevolmente, sta
trascorrendo in maniera così "intensa", è l’ultimo,
poiché un referto medico l’ha inesorabilmente condannata a
pochi mesi di vita.
La
Signora ha un nuovo progetto: consigliata da una mortuaria Ecuba
che tutte le notti le appare in sogno, deve purificare la cucina
dai detestati influssi arabi. Come una Parca del nostro tempo,
divide i suoi pomeriggi a separare i "semi buoni" da
quelli "cattivi" con una meticolosità degna di un
personaggio mitologico. "Accussì av’a fari cu riciviu u
compitu di purificari stu munnu". ("E’ così che deve
fare chi ha ricevuto il compito di purificare il mondo").
La
colonna sonora, onnipresente, è il secondo protagonista della
pièce, una specie di contrappunto che duetterà con le parole
fino a costruire un tessuto unico.
L’ambiente
è un interno astratto in cui la Signora trova la disposizione
delle sue "cose" con la sicurezza di chi conosce ogni
centimetro a memoria, come una cieca.
Ma
dal fluire del racconto lo spettatore intuirà che il mondo
interiore che si è creato la Signora, è soltanto un artificio,
un mosaico bizantino di verità create ad arte. Verità che
compongono una rassicurante piramide che tiene in piedi tutta la
sua esistenza.
Gianni
Guardigli